Buenos Aires è una città verde. Nel caos di palazzi dall’architettura strana, affiancati senza un perché, strade larghe e viadotti, spicca una vegetazione lussureggiante fatta di alberi. Se ne vedono tantissimi, lungo le strade e nei numerosi parchi che adornano la metropoli. Ficus monumentali, jacarande e i palos borrachos – palo borracho significa letteralmente “albero ubriaco” che a fine estate produce dei fiori enormi che assomigliano ai gigli di vario colore: rosso, rosa, oppure bianco. Molto belli, anche molto pesanti. Seduta su una panchina alcuni fiori sono caduti sulla mia testa, e posso assicurare di averli sentiti: anzi, mi sono persino spaventata, pensando che fosse atterrato su di me un parrocchetto – a Buenos Aires ci sono tanti, tantissimi parrocchetti.



Ci sono anche milioni di zanzare. In Argentina è in atto un’epidemia di dengue. E in effetti, veniamo avvisati già prima di sbarcare dall’aereo da un passeggero che ci avverte sulla necessità di procurarci antizanzare e di utilizzarli generosamente. Fortunatamente la nostra compagna di viaggio Rosa è stata super previdente e sarà la nostra pusher ufficiale di spray antizanzare.
Ma Buenos Aires è invasa da esseri molto più gradevoli e belli, le farfalle. Volteggiano tra i fiori delle aiuole di Plaza de Mayo, che ricordiamo per la protesta delle madri dei desaparesidos che si opponevano alla dittatura dei militari tra il 1976 e il 1983.
Solo qualche giorno prima del nostro arrivo, Buenos Aires è stata devastata da forti piogge che hanno causato grossi problemi alla popolazione. Centomila persone sono rimaste senza elettricità. La Floralis Generica, l’imponente scultura in alluminio e acciaio che raffigura il fiore nazionale dell’Argentina, il fiore di ceiba, ha perso alcuni petali. Si tratta di un fiore meccanico, progettato dall’architetto argentino Eduardo Catalano che decorava un parco nella Plaza de las Naciones Unidas; si apriva al mattino e chiudeva alla sera, come un vero fiore.

Gli alberi presenti ovunque danno bellezza ad uno skyline non tanto esaltante. Attraversando la città lungo l’autostrada 25 de Mayo si scorgono svariati murales che decorano i palazzi, tra tutti uno dei numerosi che ritraggono Maradona. Maradona regna a Buenos Aires. La sua immagine è ovunque, non solo nel quartiere che ospita lo stadio del Boca. Così come quella di Messi. E di Mafalda, la creazione più conosciuta di Quino.


Il tragitto dall’aeroporto alla capitale argentina ci porta attraverso diversi quartieri. Sotto uno dei viadotti dell’autostrada passiamo per una delle baraccopoli di Buenos Aires. Qui le chiamano Villas o Villas Miseria. Un ossimoro che evidenzia dolorosamente il problema di tante persone che vivono ai margini geografici e non. L’Argentina è economicamente sfiancata da decenni di malgoverno e, agli occhi di stranieri come noi, è sorprendente come il neopresidente Milei rappresenti per molti la speranza di una svolta. Per ora vediamo molti senzatetto accampati nei parchetti.

Anche la Villa Miseria che attraversiamo in pullman è variopinta, come è nella natura di Buenos Aires. Perfino gli autobus sono tutti colorati, un po’ come quelli visti in Nepal.

In molti di essi sono attaccati autoadesivi su cui si legge “Las Malvinas son argentinas”, il mantra che vediamo un po’ ovunque e che ci ricorda che la ferita non è affatto rimarginata.

In alcuni quartieri – o barrios – i colori arrivano a un climax: precisamente nel quartiere La Boca. È un tripudio di accostamenti sgargianti che, a un italiano, possono far pensare a Burano. Queste sono case povere, spesso di lamiera. Ma non importa, il colore dà tanta allegria, anche alla povertà. La Boca ospita il leggendario stadio detto la Bombonera, con i suoi colori inconfondibili, gli stessi della maglia del Boca Juniors.
Intorno allo stadio decine di botteghe più o meno scalcagnate che offrono maglie del Boca ai turisti in pellegrinaggio. Statue di Maradona, Messi e altri calciatori – assieme all’immancabile Mafalda – sono collocate all’entrata dei negozi di souvenir.






L’apoteosi cromatica è rappresentata dal Caminito, ex percorso ferroviario divenuto poi strada pedonale grazie al recupero di alcuni abitanti della zona negli anni Cinquanta. Poco più di un centinaio di metri in cui si affacciano locali, negozietti, dove si balla il tango e si esibiscono artisti di strada. Non mancano le statue di Carlos Gardel, il cantante che ha fatto conoscere il tango argentino nel mondo. Un altro degli eroi del Paese.









Buenos Aires è una città giovane. Tanti i ragazzi in giro, in un’atmosfera rilassata e tranquilla nonostante gli innegabili problemi di un Paese che cerca di risollevarsi. Coppie giovani e con bambini che amano visitare i tanti bellissimi parchi che adornano la capitale, quasi tutti con un qualche monumento equestre dedicato a qualche eroe. Al Libertador José de San Martín, liberatore non solo di Argentina, ma anche del Cile e del Perù, ne sono stati costruiti addirittura due. José de San Martín è il padre della patria argentina, ed è ricordato con Simón Bolívar come rivoluzionario artefice della fine del dominio spagnolo in America latina. Nella foto seguente è raffigurato un ennesimo monumento equestre, stavolta dedicato al Generale Belgrano, un altro eroe dell’indipendenza argentina. Un Paese che in, un modo o nell’altro, ha un rapporto stretto con i generali.

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